Il testo integrale della lettera firmata da Addiopizzo, e pubblicata in forma ridotta su Repubblica, riguardante la responsabilità degli ordini professionali nella lotta alla mafia.

Nell’estate di cinque anni fa abbiamo intrapreso un cammino lungo, arduo, che però non poteva più esser rinviato: “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” . Un fragile gesto di implicita Resistenza che aveva il valore di una “chiamata alle armi” tutta Politica, un’azione per far leva sull’amor proprio e l’orgoglio di un’intera comunità, un richiamo alla responsabilità di tutti e di ciascuno.
Quegli adesivi attaccati la notte per le strade della Città – sofferta denuncia dello smarrimento di un’identità collettiva - si proponevano di costringere tutti i siciliani a guardarsi allo specchio: per capire che senza una rivoluzione della cultura e dei costumi civici, Cosa nostra non potrà mai essere autenticamente sconfitta.

Da lì abbiamo preso le mosse per metterci in gioco. Nasce il Comitato  Addiopizzo: un’esperienza di cittadinanza attiva, un movimento che vede protagonisti cittadini/consumatori, studenti, operatori economici pizzo-free.
Il trend delle denunce è positivo e ci consente di coltivare un cauto e riflessivo ottimismo. Ciò vuol dire anche contestualizzare la lotta al pizzo in una più ampia strategia di contrasto al sistema di potere mafioso.
Sotto questo profilo non possiamo non identificare un cammino di radicale auto-responsabilizzazione agli ordini professionali, tra i veri protagonisti della scena e quindi del cambiamento sociale ed economico.
Se non vogliamo una società – come dice Nino Amadore – “di chiaro stampo neocorporativo”, un ordine professionale non si deve limitare a rappresentare e tutelare i legittimi interessi della categoria, ma deve anche assumersi, in piena trasparenza, le proprie responsabilità di fronte al resto della società, specie nella lotta alla mafia, altrimenti cade la ragione democratica della sua esistenza.
Questo ragionamento abbiamo voluto porre alla pubblica attenzione mediante il dibattito che si è svolto durante la Festa/fiera del consumo critico Addiopizzo, svoltasi per il quarto anno a Piazza Magione, il 15 e il 16 maggio. Il tema del dibattito è stato: Ordini professionali: responsabilità e poteri nella lotta alla mafia.Ne abbiamo discusso anche con il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Palermo, Enrico Sanseverino, e con il Vicepresidente dell’Ordine dei Medici, Giovanni Merlino.
Questo ragionamento collettivo è cominciato già due anni fa, quando provammo ad affrontare il tema segnalando all’opinione pubblica un caso emblematico: l’elezione dell’avvocato Salvo Priola a Presidente della Camera penale “Conca D’Oro” . Nell’inverno del 2007 scegliemmo di stigmatizzare socialmente quest’elezione quale esempio paradigmatico di un grave deficit culturale che impedisce di comprendere e recepire un insegnamento fondamentale, quello di Paolo Borsellino: distinguere la responsabilità penale da quella sociale. Certe condotte, diceva Borsellino, da un punto di vista tecnico-giuridico non costituiscono reati, ma dovrebbero comunque esser sanzionate dai competenti organi disciplinari, i quali dovrebbero trarre le conseguenze delle accertate vicinanze di determinati soggetti alla mafia. La Procura della Repubblica, mancando elementi sufficienti per procedere penalmente contro l’avvocato Priola, ha archiviato la sua posizione, ma ha ritenuto provata l’esistenza di rapporti di “amicizia”, “vicinanza” e “disponibilità”,  instaurati e coltivati dal Priola con taluni esponenti palermitani dell’organizzazione mafiosa, come il boss-medico Guttadauro. A quattro anni da quell’episodio, il Presidente dell’Ordine degli avvocati Sanseverino, all’interno del dibattito da noi organizzato, si è detto concorde nel ritenere “inopportuna” la scelta del Priola quale presidente di un così importante organo rappresentativo.
Il tema da noi posto non è tanto quello dei professionisti che delinquono. A noi interessa capire se è possibile trovare una strada che traduca in prassi abituale e diffusa l’insegnamento di Paolo Borsellino. Come nel diritto penale esiste una sorta di doppio binario, una norma speciale per i delitti di mafia, è possibile predisporre qualcosa di analogo per le norme di autoregolamentazione degli ordini professionali?
L’avvocato Sanseverino si è detto convinto che l’opportunità sia un valore da riscoprire, e che gli ordini ne debbano fare una questione d’orgoglio, chiamando in causa la propria autonomia e libertà.
Abbiamo inoltre apprezzato molto il ragionamento fatto dal presidente dell’ordine degli avvocati, nella misura in cui si concretizza in proposte che vanno nella direzione giusta. L’articolo 18 del nuovo ordinamento sulla professione forense, che a giugno dovrebbe esser approvato, per esempio, prevede la sospensione dell’esercizio professionale durante il periodo della carica politica, ciò onde evitare quei condizionamenti ambientali che inevitabilmente ledono l’autonomia e l’indipendenza della professione.
Gli ordini professionali partecipano alla formazione del consenso politico e spesso delle leggi, indicano strade politico-amministrative da seguire, esercitano pressioni sugli eletti, ma al loro interno spesso si annidano soggetti che rispondono organicamente a un bisogno di competenze specifiche avvertito dalle cosche. Specie nel mondo delle professioni mediche.
Ai vertici di quest’Ordine pertanto facciamo il seguente appello: fatevi carico delle proposte legislative che ritenete necessarie per tutelare l’autonomia della categoria e il diritto alla salute dei cittadini.  Chi opera nella Sanità ha una capacità di intervento e penetrazione nella società molto potente. Agendo in un settore fortemente sensibile qual è la salute, ha la possibilità di creare circuiti clientelari di dimensioni impressionanti, all’interno dei quali prolifica il malaffare dei mafiosi e dei loro complici.
Addiopizzo agli Ordini professionali: è l’ora della responsabilitàUno scatto d’orgoglio della categoria dei medici è una questione vitale per la Salute dei cittadini e della nostra Democrazia. Amadore ci ricorda come alcuni professionisti hanno fatto riferimento alla rimodulazione del giuramento di Ippocrate in chiave civica: una bussola civile, specie per le nuove generazioni, un patto di legalità.
La corresponsabilità e la consapevolezza dei propri diritti è fondamentale: un’autentica rigenerazione della politica passa per forza da una profonda rigenerazione dell’intera società, all’interno della quale la classe dirigente deve dimostrare, con i comportamenti, di esser all’altezza della guida politica.
Solo potendo scegliere liberamente tra persone oneste e credibili ciascuno potrà, con il proprio voto, farsi carico di quella qualità del consenso senza la quale non ci sarà mai una sana e robusta Democrazia.
I giovani professionisti dovrebbero essere tra i protagonisti di quel processo che ci consentirà il passaggio da un diffuso costume clientelare, dominato dal potere/favore, a un’etica del bene collettivo, incentrata sui diritti e i doveri, di cui ciascun cittadino deve farsi carico, specie se appartiene alla classe dirigente.
Formare i nuovi professionisti dovrebbe significare anche insegnare queste cose. Ma i valori si insegnano in una sola maniera: l’esempio e la testimonianza.
Gli ordini professionali devono fare qualcosa: a chiamarli in causa è quella lotta di Liberazione dalla mafia che lentamente e fra tante contraddizioni sta comunque prendendo piede nei territori e nelle coscienze della Sicilia che non si illude ma sa comunque sperare. E lottare.

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