La storia di Addiopizzo inizia nel 2004.
Dieci anni fa un gruppo di amici si ritrova a progettare la propria vita appena dopo la laurea. L’idea è quella di aprire un pub a Palermo, ma il timore che qualcuno per conto della mafia potesse chiedere il pizzo è alto. Questo li porta a riflettere sul fatto che non si possa pretendere che chi esercita un’attività economica denunci, se l’ambiente in cui vive e opera è indifferente alla piaga delle estorsioni.
Allora decidono di cambiare strategia e di comunicare alla propria città il loro messaggio di denuncia.
La notte tra il 28 e il 29 giugno, infatti, su centinaia di piccoli adesivi listati a lutto, attaccati dappertutto per le strade del centro, si legge per la prima volta quello che poi è diventato un vero e proprio slogan provocatorio:

“UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITÀ”.

Da quell’azione anonima si sviluppa il movimento di Addiopizzo, che da allora agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia.

Segue un nostro lungo articolo, scritto per il numero 261 (26 gennaio 2006) della rivista “Segno” diretta da Nino Fasullo, che contiene la ricostruzione più dettagliata della prima parte della nostra campagna, quella contraddistinta dall’anonimato (termine, secondo noi, improprio). Il titolo proposto era: “Una comunicazione contro la mafia: gli adesivi antiracket”. Molto più semplicemente è diventato: “Attacchini contro la mafia”.

Il mattino del 29 giugno 2004, su centinaia di piccoli adesivi listati a lutto attaccati dappertutto per le strade del centro, Palermo ha letto per la prima volta questo messaggio: “UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITÀ”.
Il giorno dopo tutti i telegiornali regionali aprivano con questa notizia, in Procura i Pm che si occupano delle indagini sul racket si riunivano con i carabinieri per cercare di capire chi fosse l’autore dell’adesivo, e il prefetto di Palermo Giosué Marino convocava in prefettura il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica…

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Quello che segue è il racconto di uno degli ideatori dell’adesivo, scritto nella notte fra il 28 e il 29 agosto, poco prima di andare ad attaccare uno degli striscioni con su scritto “Un intero popolo che si ribella al pizzo è Libero”, e poi pubblicato sul numero zero della rivista” Margini”, pubblicata da Letteralmente.

- Amunì picciotti, a questo punto non possiamo non farlo!
Le parole di Pietro manifestarono così l’intesa che avevamo raggiunto in un attimo, dopo settimane di discussioni e perplessità.
Salvo ci aveva appena riferito la dichiarazione che aveva rilasciato la signora Pina Maisano Grassi dopo la sentenza che il 10 giugno metteva fine al processo Agate, dieci anni di udienze conclusi con trenta ergastoli, due dei quali inflitti a Francesco e Salvatore Madonia, condannati in quanto mandanti dell’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ammazzato il 29 agosto 1991 per la sua solitaria ribellione al pizzo.
In un Paese normale, dopo una sentenza del genere dalla vedova della vittima ti aspetteresti parole che esprimano un minimo di soddisfazione, ma la dichiarazione della signora ci manifestò con vigore un’anomala, dolorosa e disarmante verità: “Dopo tutti questi anni la cosa che più mi sorprende e mi amareggia è che tutti continuano a pagare e tutti fanno finta di niente”…

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