Dai tempi di Pizza Connection — la maxi inchiesta condotta dall’Fbi tra il 1979 e il 1984 — la droga ha sempre rappresentato una voce fondamentale nei bilanci di Cosa nostra e delle organizzazioni mafiose. Ma se negli ultimi decenni i boss hanno cercato di non sporcarsi le mani direttamente (per evitare condanne e aggravanti che potrebbero moltiplicare in maniera esponenziale gli anni di carcere da scontare) da qualche tempo le cose sono cambiate drasticamente: gli appalti, il cemento e le estorsioni non fruttano più come una volta, le spese legali e le aggressioni patrimoniali hanno indebolito il potere economico delle famiglie e dei mandamenti e quindi ciò che prima veniva «dato in appalto» o semplicemente controllato da lontano (lo spaccio) è diventato di nuovo un’attività primaria.

Anche alla luce di questo le parole del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, assumono un significato importante. Nei giorni scorsi, infatti, la Dna ha parlato di «oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo» contro le droghe leggere, e davanti alla Commissione Antimafia guidata da Rosy Bindi ha invitato il legislatore a «valutare se, in un contesto di più ampio respiro, sia opportuna una depenalizzazione della materia».

A parte l’inedito assoluto — è forse la prima volta che un organismo non politico propone di depenalizzare le droghe leggere — sarebbe necessaria una riflessione più articolata sulle conseguenze di una decisione del genere. Perché in un momento in cui le mafie hanno un bisogno spasmodico di fare cassa, sottrarre il mercato delle droghe leggere — approssimativamente fra 1,5 e 3 milioni di Kg all’anno solo di cannabis — sarebbe un modo per dare un colpo mortale alle organizzazioni mafiose. Mediamente, secondo la Dna, significa che ogni italiano (anziani e giovanissimi compresi) consuma circa 200 spinelli all’anno. Numeri del genere, ha evidenziato Roberti «senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista», dicono essenzialmente due cose: «il totale fallimento dell’azione repressiva», e «l’impossibilità di aumentare gli sforzi per reprimere meglio e di più la diffusione dei cannabinoidi».

In una parola, depenalizzare. Tenendo presente che, forse, a pagare le conseguenze di questa scelta potrebbero essere soprattutto le organizzazioni criminali.

 

Leggi il capitolo della relazione della Direzione Nazionale Antimafia che riguarda:

La situazione italiana – L’eccezionale espansione, in Italia, dei consumi di hashish. La questione della depenalizzazione. Il traffico di droghe pesanti. Cocaina, eroina e droghe sintetiche. Le più rilevanti operazioni anti-droga.

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