Dopo un anno e mezzo di indagini, scaturite dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Pulizzi, dai pizzini sequestrati a Salvatore Lo Piccolo, dalle denunce e dalle collaborazioni di una decina di imprenditori (quasi tutti assistiti da Libero Futuro e Addiopizzo) della zona industriale di Carini, prende inizio il processo che vedrà imputati 12 presunti affiliati a cosa nostra.rnAlla prima udienza faranno richiesta di costituzione di parte civile Addiopizzo, FAI (federazione antiracket italiana), ASI (consorzio per lo sviluppo industriale), Confindustria Sicilia, molti degli imprenditori coinvolti e le loro imprese.<br>rnQuesta nuovo capitolo giudiziario è importante perché si realizza sull’area dell’ASI (Consorzio per lo sviluppo industriale) di Carini che fino ad alcuni anni fa era sottoposta al controllo sistematico dell’organizzazione mafiosa. Infatti, oltre al pizzo, veniva imposta l’assunzione di personale, le ditte per le manutenzioni, i movimenti terra, i trasporti ecc. Perfino le transazioni o le compravendite di aree o capannoni era "tassata" dagli estorsori.<br>rnPeraltro è importante sottolineare che gli imprenditori protagonisti di queste vicende sono tutti interni a CONFINDUSTRIA e tutti hanno collaborato con gli inquirenti.<br>rnIn questa vicenda L’ASI ha avuto, in collaborazione con l’associazione Libero Futuro e Addiopizzo, un ruolo attivo a fianco degli imprenditori portandoli alla denuncia ed alla collaborazione.rnUna delle particolarità emerse dalle indagini è che spesso i presunti mafiosi, disponendo di aziende attive in zona, emettevano fattura anche per facilitare l’uscita dei soldi dai bilanci delle imprese. Le fatture facevano riferimento a lavori di manutenzione o "facchinaggio" mai eseguiti.

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