adesivoTredici anni fa la nostra pratica era un piccolo e fragile segno di implicita resistenza al cospetto di un mondo in cui i termini mafia, usura e racket rappresentavano un tabù.
Abbiamo dato corso a un lungo, faticoso ed entusiasmante processo di autoeducazione popolare finalizzato alla liberazione delle menti e del territorio, non certo da boss ed estorsori dell’ultima ora, ma dalla condizione di degrado culturale e sociale nella quale, ancora oggi, vengono incubati i mafiosi, i corrotti e i corruttori che verranno.
Oggi non è più la stagione nata dopo le stragi, che diede vita a una grande mobilitazione di persone indignate. Da tempo si è oramai consolidata e diffusa una tendenza per cui a parole tutti ripugnano la mafia e lanciano appelli alla denuncia.
Oggi è la stagione in cui ci siamo resi conto che parte delle nostre parole sono state stravolte, senza quasi ce ne accorgessimo, fino a divenire irriconoscibili.
Parole come dignità, responsabilità, coraggio, coerenza, merito, credibilità, che abbiamo assunto come bussole nella costruzione della nostra Sicilia ribelle a ogni forma di sopruso, sono state, infatti, oggetto di una sistematica operazione di manomissione.
Siamo passati da un tempo in cui parlare di pizzo era ancora una chimera al trionfo dell’antimafia dei proclami, dei protocolli e della solidarietà del giorno dopo.
Questa tendenza distorta ha prodotto però una reazione nei confronti di tutto il movimento antimafia senza fare debite distinzioni, incorrendo quindi in confuse generalizzazioni. Siamo tuttavia profondamente convinti che ci si debba confrontare in maniera anche critica e mettere in discussione, ne va del futuro e della crescita di tutti, con gli errori e i successi conseguiti in questi anni.
Occorre che chi opera dal basso attraverso movimenti, comitati e associazioni tenda ad aprirsi in maniera laica e pluralista al confronto e alla rete (come probabilmente non si è mai fatto), rinunciando all’idea secondo cui ciò che si sostiene, si rappresenta e si promuove sia l’unica e la sola “ricetta” o addirittura “verità”. In quest’ottica bisogna rifuggire da concezioni pan-mafiose secondo cui tutto e ovunque è mafia e se c’è qualcuno che dissente, nella migliore delle ipotesi diventa “meno antimafioso di me”, nella peggiore addirittura “mafioso”. Per crescere e dare prospettiva pensiamo sia fondamentale partire anche da qui, da questo genere di impostazione.

 

Da qualche anno siamo impegnati in quartieri difficili della città assieme a tante altre realtà associative, per cercare di contribuire a risanare le sacche di degrado sociale e di povertà educativa che investono molti cittadini, in particolare ragazzi. Con molti di loro che vivono contesti tutt’altro che facili siamo impegnati quotidianamente per provare a costruire insieme una prospettiva che li sottragga da fenomeni di devianza che oggi sembrano ineluttabili.
Per tale ragione continuare ad accompagnare a denunciare e a sostenere commercianti che si oppongono a Cosa nostra, come è nella nostra ragion d’essere, non è oramai più sufficiente se non agiamo nel contesto sociale in cui viviamo e dove mancano diritti essenziali come quello alla casa e al lavoro.
In questo scenario così difficile pensiamo che la politica, a vario livello e titolo, debba recuperare il suo primato, riappropriarsi dei suoi spazi decisionali e di governo che ha perso in ragione di una profonda crisi di fiducia e di cattivo consenso, generati da decenni di sistemi clientelari che hanno distrutto il Paese.

Solo così eviterà di autocommissariarsi, come oramai fa e lascia fare da tempo, con burocrati, professionisti, esponenti di associazioni di qualsiasi genere che se desiderano, legittimamente, “scendere in campo”, è importante che lo facciano senza sovrapposizioni di ruoli e interessi e tenendo presente quella “qualità del consenso” di cui parlò ventisei anni fa Libero Grassi.

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