addiopizzo_4Oggi il quotidiano la Repubblica, nella sua edizione locale di Palermo, dà spazio a una nostra riflessione nata dall’inchiesta di ottobre sulla “nuova mafia”, a firma di Salvo Palazzolo.

Dall’inchiesta di poche settimane fa di Salvo Palazzolo esce un quadro che lascia poco spazio a dubbi o tentennamenti.

Questa “nuova mafia”, che caratterizza in negativo la qualità della vita della nostra terra, continua a esercitare un controllo serrato del territorio, con il suo considerevole esercito di affiliati e attraverso il sistema delle estorsioni mafiose a danno di commercianti e imprenditori. Opera a più livelli nel campo dell’economia – sia lecita che illecita – determinando svariate storture sul fronte del libero mercato. Stringe rapporti e accordi con la politica, gestisce i flussi di droga regolando il sistema dello spaccio.

Ciò che bisogna anche mettere in evidenza, però, è quanto sia cambiato, nel frattempo, il fronte dell’antimafia. È innegabile che dal ’92 a oggi molto sia mutato. Si assiste da allora, forse per la prima volta nella storia, a una dichiarata, ferma presa di posizione da parte della società, a tanti livelli, contro Cosa nostra.

Il dato è certamente positivo, ma non deve indurre a conclusioni trionfalistiche. Un’antimafia seria, che sappia fare una profonda analisi di se stessa, non può crogiolarsi all’infinito per questa fase positiva, che proprio in quanto tale – parafrasando in negativo il più celebre aforisma di Giovanni Falcone – ha avuto un inizio e avrà certamente una fine.

Fino a quando coloro che sono etichettati come “società civile” riterranno di stare dalla parte dello Stato, se questo non riuscirà a fornire l’adeguato supporto e le necessarie risposte agli stimoli e alle esigenze dei vari portatori di interessi sociali?

Per limitarci al sistema bancario ed entrare nel concreto, quanto a lungo commercianti e imprenditori siciliani continueranno a scegliere di denunciare le richieste estorsive ricevute dagli uomini di Cosa nostra, se poi, attraversato il “Rubicone”, troveranno ad accoglierli un sistema creditizio che risponde gelidamente nei loro confronti, rifiutandosi di supportare i denuncianti per come dovrebbe?

Quanto ancora, volendo allargare la discussione ad altre sfere, si potrà essere credibili agli occhi dei cittadini votanti, se le liste elettorali – come è stato ampiamente dimostrato negli ultimi anni – si riveleranno ancora zeppe di candidati sotto molti aspetti non idonei all’alto ruolo per il quale si propongono?

Un’antimafia progressista, che guarda al futuro in maniera costruttiva, è consapevole delle priorità di vasti settori della società, che possono coincidere nella prospettiva del bene comune. Questa stessa antimafia dovrebbe aver fatto esperienza dell’inutilità di un approccio che si basi sul più classico sistema dell’aut-aut. Da un lato la legalità e lo Stato, con tutte le sue lacune, dall’altro la giungla del sistema opaco di interessi mafiosi e para-illegali.

Perché – bisogna ammetterselo, per non prendersi in giro – è la società stessa a manifestare sotto tanti punti di vista quella che, qualche anno fa, venne definita “voglia di mafia”. Perché in alcuni casi, disdicevoli ma non rari, sono gli stessi imprenditori siciliani a cercare da sé la “protezione” dei mafiosi nel momento in cui impiantano la propria attività in una nuova area della città o della provincia, prima di avere ricevuto una richiesta estorsiva. La ragione è tanto semplice quanto amara: trovano più conveniente stare dalla parte di chi è contiguo a Cosa nostra piuttosto che dalla parte dello Stato.

Per quanto riguarda la droga – settore da cui Cosa nostra trae una grossa fetta dei propri introiti pecuniari – è la società nel suo complesso a fare un uso considerevole (vogliamo definirlo spropositato?) di stupefacenti. Anche in questo caso, culturalmente si reputa la droga come un affare sporco, che quindi viene ipocritamente demandato all’underworld, l’universo sotterraneo della malavita. Come se, in questo, fra il “mondo di sotto” e quello “di sopra” non vi fossero contatti quotidiani, costanti, palesi, cercati e voluti. Tutto il contrario.

Da questa grande ipocrisia potrebbe partire un’antimafia moderna che propone una politica innovativa e che chiede alla politica risposte adeguate, consapevole che, anche in questo caso, l’impostazione manichea fra proibizionismo integrale e legalizzazione totale non porta da nessuna parte. Riuscire a impiantare questo seme può porre le basi perché si lanci la sfida di una nuova antimafia per il prossimo futuro.

Commenti

comments