Gli arresti di ieri nel Trapanese e in particolare quello di un imprenditore che in passato aveva denunciato alcuni estorsori e che oggi è accusato di avere rapporti con Cosa nostra perché imponeva sul territorio le proprie forniture, rappresentano una nuova occasione per proseguire una riflessione sull’antimafia che da tempo avevamo avviato.

Dodici anni fa la nostra pratica era un piccolo e fragile segno di implicita resistenza al cospetto di un mondo in cui i termini mafia, usura e racket rappresentavano un tabù.

Abbiamo dato corso a un faticoso ed entusiasmante processo di autoeducazione popolare finalizzato alla liberazione delle menti e del territorio, non certo da boss ed estorsori dell’ultima ora, ma dalla condizione di degrado culturale e sociale nella quale, ancora oggi, vengono incubati i mafiosi, i corrotti e i corruttori che verranno.

Oggi non è più la stagione nata dopo le stragi, che diede vita a una grande mobilitazione di persone indignate. Se ormai in molti a parole ripugnano la mafia e lanciano appelli alla denuncia, allora ciò di cui c’è davvero bisogno e su cui si fa la differenza è l’impegno e la partecipazione quotidiana di ciascuno nel ruolo di cittadino, senza rappresentazioni eroico-mediatiche.

In alcune situazioni certa antimafia invece sembra diventare un distintivo da mostrare con orgoglio, uno scudo per difendersi, o addirittura, peggio, per garantirsi impunità.

In questo scenario cerchiamo rispetto al passato di essere ancora più attenti e vigili quando si presentano certi casi di denuncia che non gestiamo da soli ma in stretta collaborazione con gli organi investigativi e l’autorità giudiziaria.
È un lavoro difficile e delicato perché spesso si inserisce in un contesto paludoso dove proviamo soprattutto a ricondurre la scelta della denuncia a una dimensione di normalità senza assecondare rappresentazioni eroiche e sovraesposizioni mediatiche anche per evitare rischi di strumentalizzazioni.
Pur non essendo un organo di polizia e non avendo la velleità di rilasciare “patenti di legalità”, cerchiamo comunque di vagliare con attenzione e scrupolo le posizioni di quanti ci chiedono di essere supportati dall’associazione perché presi di mira da Cosa nostra.

C’è un’attenzione costante che prevede anche, ma non solo, un controllo periodico attraverso lo studio e la consultazione di migliaia di atti giudiziari di dominio pubblico che riguardano le centinaia di operazioni e processi alla criminalità organizzata sul territorio di Palermo e della provincia.
Ad oggi infatti su oltre 1000 operatori economici e più di 300 casi di commercianti e imprenditori accompagnati a denunciare si contano sulle dita di una mano i soggetti che hanno tentato di infiltrarsi, senza successo, nella rete di Addiopizzo per provare a ripulire la propria immagine.

Pensiamo inoltre che l’ampia trasparenza e la pubblicità di reti di imprese come quella della nostra associazione, siano strumenti deterrenti a garanzia della stessa organizzazione e dei cittadini, che possono partecipare in maniera costruttiva e senza speculazioni alla loro crescita virtuosa.
Perciò vogliamo cogliere questa occasione per rivolgere un invito alla galassia delle associazioni di categoria e di quelle antiracket a rendere noti i loro iscritti, oltre che a costituirsi parte civile solo nei processi in cui hanno svolto concretamente l’attività di accompagnamento alla denuncia e di supporto alle vittime.

Come si sa in questi anni il circuito di Addiopizzo ha reso possibile centinaia di denunce e la liberazione di altrettanti commercianti e imprenditori; da molti collaboratori di giustizia e da diverse indagini ed intercettazioni i mafiosi affermano, senza giri di parole, che: “Se un commerciante aderisce ad Addiopizzo non ci andiamo, non gli chiediamo niente. Sono più le camurrie, le seccature che i soldi che si incassano, e dunque il gioco non vale la candela”.
Per queste ragioni proseguiremo con ancora più determinazione, ma anche più attenzione, un percorso che riteniamo sia ormai di non ritorno.

 

 

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