Circola ormai da qualche giorno la notizia che piazza Magione cambierà volto grazie al contributo di cittadini, associazioni, operatori economici e Comune di Palermo.

Con le donazioni, l’uso di AddiopizzoCard, la rete di consumo critico di Addiopizzo e la partecipazione di altri enti, come l’Università di Palermo, sono stati raccolti trentacinque mila euro che serviranno per realizzare parte di un importante intervento di riqualificazione a piazza Magione.

Intervenire su quest’area, dove peraltro sono nati Falcone e Borsellino, significa contribuire al recupero di uno spazio di grande valore simbolico per tutta la città.

L’intervento, frutto del lavoro svolto dal collettivo che sostiene la campagna “Sport Popolare in Spazio Pubblico”, dall’Istituto Comprensivo Amari-Roncalli-Ferrara e dal Comune di Palermo, mira a realizzare un’area gioco e socialità libera, a partire dalle idee e dagli spunti offerti dai bambini, concepita come prolungamento della scuola stessa.

Un’occasione molto importante affinché la piazza ritorni a essere un bene pubblico aperto alla fruizione di tutti, sottraendola all’incuria, all’illegalità diffusa e alla criminalità organizzata. Questo fatto concreto si inserisce in un periodo drammatico che sta investendo l’antimafia.

Un tempo, nemmeno troppo lontano, si negava l’esistenza della mafia e tutti a chiederci quando avremmo finalmente aperto gli occhi alla realtà. Oggi accade l’esatto contrario: sono tutti antimafiosi… Tutti e nessuno.

Ma cosa vuol dire per noi antimafia?
Non è più la stagione nata dopo le stragi, quando fiumane di persone si riversarono per strada per esprimere tutta la loro indignazione. Ma, a nostro avviso, non può essere più nemmeno il tempo delle grandi prese di posizione, delle solidarietà del giorno dopo, dei protocolli e dei proclami, specie se non si è coerenti con ciò che si professa. Siamo pienamente convinti invece che la differenza si misura sul lavoro che effettivamente si svolge ancor più che sulle parole e i proclami.

Se oggi a parole tutti ripugnano la mafia e lanciano appelli alla denuncia, allora ciò di cui c’è davvero bisogno e su cui si fa la differenza è il lavoro serio e concreto di ogni giorno.
L’antimafia invece sembra diventare un distintivo da mostrare con orgoglio o uno scudo per difendersi, giustificando le proprie mancanze. O addirittura, peggio, per garantirsi impunità.

Ad ogni commemorazione ripetiamo e sentiamo ripetere continuamente le parole di Don Pino Puglisi “se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto”. Evidentemente in troppi ancora non fanno abbastanza. Si indignano e fanno finta di stupirsi ad ogni scandalo che periodicamente salta fuori. E spesso concludono dicendo che l’antimafia è tutta uguale, non distinguendo tra chi si impegna in maniera seria e chi lo fa per interessi personali.

Strumentalmente si tirano fuori le parole di Sciascia sui professionisti dell’antimafia. Ma come scrisse il dottore Giovan Battista Tona sulle pagine di questo giornale qualche anno fa, «La storia di Borsellino (quella che Sciascia non poté scrivere) ha dimostrato la differenza tra i professionisti dell’antimafia e i carrieristi dell’antimafia; i primi, checché ne dicesse Sciascia, sono quelli che la mafia la contrastano veramente, con competenza e con sacrificio, i secondi, che talvolta appaiono professionisti ma hanno la quinta elementare in materia di antimafia, contrastano la mafia senza rischi e con vantaggio o addirittura chiacchierano, pontificano e basta così… Senza professionisti l’antimafia efficace non si può fare; poi bisogna sperare che questi non diventino carrieristi. Ma dovrebbero destare più preoccupazione i carrieristi senza professionalità, che pure sanno fare un’antimafia utile. A se stessi».

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Mettere tutti nello stesso calderone fa comodo. Forse è un modo per assolversi, per giustificare la propria indifferenza e il proprio disimpegno.

Noi continueremo a impegnarci, con l’aiuto di quei tanti cittadini che in questi anni ci hanno seguito, giorno dopo giorno, sperando di raggiungere nuovi e concreti risultati.

Perché in un momento in cui emergono, anche dalle indagini sulla gestione dei beni sequestrati, contestazioni molto gravi e pesanti che rischiano di minare la credibilità del lavoro di tante persone a vario titolo impegnate, la risposta più adeguata che bisogna dare è quella dei fatti e del lavoro che deve proseguire, con ancora più vigore e serietà, oltre le parole e i proclami.

Anche per queste ragioni crediamo che in attesa che la giustizia faccia il suo corso, la scelta di mettersi da parte della dottoressa Saguto sarebbe opportuna e necessaria, considerato anche l’alto valore della funzione di magistrato in terra di mafia.

Nel frattempo si intervenga senza indugiare, come abbiamo ribadito in diverse circostanze pubbliche, affinché si riduca l’eccessiva durata dei tempi del procedimento di prevenzione. Continua infatti a trascorrere molto tempo tra il momento del sequestro e l’eventuale confisca o dissequestro. E se chi amministra non ha anche competenze imprenditoriali adeguate, si rischia di provocare il deperimento del bene con la perdita di molti posti di lavoro. Contestualmente, si istituisca l’albo degli amministratori giudiziari individuati attraverso criteri di competenza e rotazione, anche per evitare cumuli spropositati di incarichi.

Anche se non sarà facile bisogna riprendere il cammino in fretta perché occorre ricreare fiducia, autorevolezza e credibilità, oggi minati da ciò che sta accadendo ed è sotto gli occhi di tutti.

 

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