Beni confiscatiCiò che emerge dalle indagini della Procura di Caltanissetta desta sgomento e vergogna. Ci auguriamo che si faccia piena luce perché è in gioco la tenuta e la credibilità del lavoro di tante persone impegnate contro le organizzazioni mafiose. Nel frattempo però si operi senza indugiare, come abbiamo ribadito in diverse circostanze, affinché si riduca l’eccessiva durata dei tempi del processo di prevenzione. Continua infatti a trascorrete troppo tempo tra il sequestro e la confisca e se chi amministra non ha anche competenze imprenditoriali, si rischia di provocare il deperimento del bene con la perdita di molti posti di lavoro. Anche per questo motivo per la gestione di aziende sequestrate, laddove le cooperative non siano nelle condizioni di farsene carico, occorre dare centralità a chi ha competenze manageriali, necessarie per preservare e far crescere, se ci sono le condizioni di mercato, il bene sequestrato. È inoltre fondamentale l’attuazione dell’albo degli amministratori giudiziari individuati attraverso criteri di competenza e rotazione anche per evitare cumuli spropositati di incarichi.

Anche se non sarà facile ripartire la politica e il CSM devono agire in tempi rapidi perché occorre ricreare fiducia, autorevolezza e credibilità oggi minati da ciò che è accaduto.

(15/09/2015)

> QUALE ANTIMAFIA PER IL FUTURO

Addiopizzo in merito alle dichiarazioni apparse
sulle pagine dell’edizione locale de la Repubblica (16/10/2015)

In merito alle dichiarazioni rilasciate dalla Dottoressa Silvana Saguto al quotidiano la Repubblica di Palermo, Addiopizzo precisa che non ha mai suggerito persone che potessero gestire beni sequestrati e confiscati né tantomeno ha mai ricevuto richieste in tal senso. Ci sono soltanto stati occasionali momenti di interlocuzione legati al ruolo istituzionale ricoperto dalla Dottoressa Saguto.


Don Ciotti su indagine della procura di Caltanissetta sulla gestione dei beni confiscati a Palermo.

Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone sul tema dei sequestri e delle confische:

“[...] Una prima considerazione che si può fare in esito a questa, necessariamente sommaria, ricognizione è che dopo una lunga fase, durata decenni, in cui l’obiettivo del contrasto ai patrimoni illeciti – in particolare quelli mafiosi, naturalmente – è stato innanzi tutto quello di giungere alla confisca e poi quello di contrastare il rischio di infiltrazioni mafiose senza porsi neanche troppo il problema delle conseguenze di certi provvedimenti né della concretezza degli elementi posti a base di essi, si avverte oggi, sia nella legislazione che in dottrina e giurisprudenza, una maggiore attenzione all’esigenza di attivare strumenti diversi per quelle aziende che, pur presentando forme di infiltrazione e di condizionamento mafioso, non ne siano però pregiudicate nella loro sostanziale integrità e siano anche intenzionate a rimuovere i presupposti di quel pericolo di infiltrazione e condizionamento. Per evitare una ingiustificata distruzione di ricchezze, e in particolare – ma non solo – la perdita di posti di lavoro, si cercano strumenti che a quelle attività imprenditoriali offrano, se ce ne sono le condizioni, l’opportunità del rientro nel mercato in condizioni di legalità [...]“

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