Segue un nostro lungo articolo,
scritto per il numero 261 (26 gennaio 2006) della rivista Segno
diretta da Nino Fasullo, che contiene la ricostruzione più
dettagliata della prima parte della nostra campagna, quella contraddistinta
dall’anonimato (termine, secondo noi, improprio). Il titolo
proposto era: Una comunicazione contro la mafia: gli adesivi
antiracket. Molto più semplicemente
è diventato: Attacchini contro la mafia.
Segno n. 261
Il mattino del 29 giugno 2004, su centinaia di piccoli adesivi
listati a lutto attaccati dappertutto per le strade del centro,
Palermo ha letto per la prima volta questo messaggio:
UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITÀ.
Il giorno dopo tutti i telegiornali regionali aprivano con questa
notizia, in Procura i Pm che si occupano delle indagini sul racket
si riunivano con i carabinieri per cercare di capire chi fosse l’autore
dell’adesivo, e il prefetto di Palermo Giosué Marino
convocava in prefettura il comitato per l'ordine e la sicurezza
pubblica. C'erano il procuratore generale, il comandante provinciale
dei carabinieri, quello della guardia di finanza, il questore e
i rappresentanti di Confcommercio, Assindustria e Confesercenti.
Durante la conferenza stampa che seguì, un rappresentante
di Confcommercio dichiarò che avrebbero fatto istituire subito
un nuovo numero verde per raccogliere le denunce anonime (la Confesercenti
ne aveva disattivato uno poche settimane prima perché non
chiamava mai nessuno; quello nuovo non avrebbe avuto migliore fortuna)
e la Camera di Commercio fece sapere che avrebbe fatto nascere un
comitato di monitoraggio del fenomeno e di sostegno a commercianti
e imprenditori.
L’adesivo non era firmato e tutti pensarono all’iniziativa
di qualche commerciante. Ma si trattava del clamoroso gesto di sette
cittadini poco meno che trentenni.
Noi, gli ideatori dell’iniziativa, spiegammo le nostre motivazioni
con un’intervista al Giornale di Sicilia e con una lettera
aperta alla città, pubblicata integralmente dall’edizione
cittadina di La Repubblica del primo luglio. Per fare un breve e
parziale punto della campagna che, tra alti e bassi, continua coinvolgendo
numerose decine di cittadini, non possiamo non riproporre la nostra
lettera:
“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza
dignità.
Attaccando dei semplici adesivi speriamo di affermare tra le strade
della città una verità che pensiamo debba essere di
dominio pubblico. La nostra pratica è un piccolo e fragile
segno di implicita resistenza.
Si è detto che la mafia, militarmente e non solo, stava per
essere sconfitta dallo Stato. Qualche altra volta ci siamo sentiti
dire che con i mafiosi in qualche maniera ci dobbiamo convivere,
che entro certi limiti la malavita organizzata è una cosa
fisiologica. Oggi invece si parla sempre meno di mafia, usura e
racket, termini che rischiano di cadere in disuso. Ma la verità
noi siciliani la sappiamo bene: ogni esercizio commerciale che fa
un buon fatturato, se non è “amico degli amici”,
deve pagare il pizzo. Tutti, nessuno escluso. Poco magari, ma tutti
versano denaro “per essere protetti”. Tutto ciò
è saputo da tutti i siciliani. E quotidianamente dimenticato.
Quando giornalmente facciamo la spesa pensiamo forse che comprandoci
semplicemente di che vivere abbiamo appena lasciato denaro anche
alla mafia? Certo che no, eppure è così. Se i panifici,
i negozi d’abbigliamento, i tabacchi, i bar, le carnezzerie,
i negozi di forniture per uffici, le pescherie, le librerie, le
gelaterie, i cinema, i fiorai, i negozi di giocattoli, le onoranze
funebri e chi più ne ha più ne metta, sono costretti
a pagare il pizzo, lo fanno con i soldi che tutti quanti spendiamo
in questi esercizi commerciali. Se una percentuale del loro guadagno
va alla mafia, una percentuale, seppur minima, dei nostri soldi
va alla mafia. I commercianti pagano per non aver bruciato il locale,
o perché soggetti a continui atti di intimidazione. Tutti
gli altri pagano, paghiamo per “aver protetta” l’integrità
della nostra coscienza dalla consapevolezza che siamo schiavi di
un sistema capillare di violenta prevaricazione. Paghiamo per dimenticare
che l’insieme di tutti i passi che percorriamo quotidianamente
per fare la spesa definisce le maglie della rete economica con la
quale la mafia si sostenta e ci opprime.
Perché accade tutto ciò? Ci sono molteplici spiegazioni,
storiche, sociologiche, psicologiche, economiche e politiche. Ma
quasi tutte presuppongono un punto di vista esterno, neutro e oggettivo
che non tira mai in ballo il soggetto che cerca di definire il fenomeno
mafia. Se un siciliano vuole dare un giudizio sulla mafia, in una
maniera o nell’altra, dovrebbe darlo anche su sé stesso,
sulla sua maniera di stare insieme agli altri. La mafia è
innanzitutto una questione che riguarda i siciliani, e da siciliani,
cioè da membri di quella comunità che crea e subisce
la mafia, allora pensiamo: il nostro popolo ha creato e si è
sottomesso alla mafia. È perverso: si è fatto schiavo
di sé stesso. Ma forse in realtà non ci si sente un
popolo, cioè veri siciliani, o più probabilmente,
non si ha la forza e il coraggio di esserlo. Ognuno pensa per sé
e nella migliore delle ipotesi ci aspettiamo che lo Stato arresti
tutti i boss, come se non fossimo a conoscenza del retroterra di
degrado culturale e sociale nel quale vengono incubati i mafiosi
che verranno. Perché tutti quanti, più o meno indirettamente,
paghiamo il pizzo? Ci abbiamo pensato su un po’ e abbiamo
detto: siamo un popolo senza dignità. Da questa strana risposta
abbiamo capito che ci sentiamo parte di una moltitudine che subisce
molto e capisce poco. Dalla semplicità di questa risposta,
che in realtà è una semplice affermazione di principio,
c’è venuta l’idea di attaccare gli adesivi. Vorremmo
proporre questo principio per spiegare in maniera diversa il fenomeno
mafia, ma prima vogliamo sapere che cosa ne pensano gli altri siciliani.
Essendo dei “signor nessuno” ci siamo presi lo spazio
che ci serviva per esprimere il nostro pensiero. Abbiamo conservato
l’anonimato perché non intendiamo capitalizzare alcun
consenso per diventare “qualcuno”, ma soprattutto perché
speriamo che siano in tanti a fare la stessa cosa. Per noi non conta
che sia un politico, Tizio o Caio, a fare questa affermazione di
principio, ma una moltitudine di siciliani. La responsabilità
della situazione degenerativa in cui tutti noi viviamo, non è
solo dei commercianti, ma di tutta la società di cui anch’essi
fanno parte. Non si può chiedere a un singolo cittadino,
o commerciante, di immolarsi per la causa. Se tutti noi ci ribellassimo
e reagissimo, non ci sarebbe più bisogno di eroi o martiri.
Ricordate dopo le stragi del '92 la frase che divenne, in quel frangente
storico, il simbolo della lotta alla mafia? Diceva le vostre idee
cammineranno sulle nostre gambe. In quei mesi sembrò che
qualcosa potesse cambiare, ma se ci fossimo riusciti veramente non
saremmo oggi in questa situazione di sudditanza al fenomeno mafioso.
Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità:
quando questo principio sarà nella testa e nel cuore di tutti
i siciliani, riscoprendo l’amor proprio, ci saremo liberati
del cancro mafioso.
Questa, almeno, è la nostra convinzione. Siamo uomini e donne
abbastanza normali, cioè ribelli, differenti, scomodi, sognatori.
La parola al popolo siciliano.”
Con questa comunicazione, figlia di discussioni, passione, scarsezza
di mezzi e ingegno, abbiamo creato uno spazio per un dibattito pubblico.
In televisione, alla radio, nei giornali, tra le strade, nei luoghi
di lavoro, a scuola e nelle case, la città è stata
costretta a infrangere uno dei suoi tabù: parlare di pizzo.
Tutti gli esperti di comunicazione che si sono occupati inizialmente
del fenomeno hanno giudicato un’ingenuità il fatto
di aver subito rilevato la nostra identità: neolaureati e
lavoratori alle prime armi.
Effettivamente se avessimo aspettato una settimana, l’anonimato
del gesto avrebbe tenuto la tensione e l’attenzione alte per
un periodo più prolungato. Ma avrebbe anche alimentato un’illusione,
cioè che qualche commerciante cominciasse a dare segni, se
non altro, di insofferenza. Il semiologo Marrone ha sostenuto che:
“Dichiarando quasi subito chi erano hanno fatto un errore
banale e hanno ucciso il loro mito”.
Effettivamente abbiamo privato il senzazionalismo dei media di un
“mito”, ma facendo così abbiamo permesso immediatamente
ai nostri coetanei di potersi identificare con gli autori del gesto
(e quindi di emularli), e soprattutto abbiamo subito tirato in ballo
un soggetto mai tenuto in considerazione quando si parla di pizzo:
il consumatore. Gli “attacchini” (fra di noi ci chiamiamo
così), rispetto al problema del pizzo non sono altro che
consumatori. Questa è una delle principali e più importanti
novità di questo fenomeno.
Un sociologo della comunicazione di massa, il professore Abruzzese
ha colto nel nostro gesto il rischio dell’approssimazione
perché: “ ci sono quelli che pagano il pizzo, ma c’è
altrettanta gente che non lo paga”.
Estremizzando questo ragionamento, un esperto di comunicazione molto
presente in tv, Kaus Davi, ha sostenuto che la nostra generalizzazione
“manda avanti un pregiudizio degno dei nazisti”. Ma
a parte questo ultimo ridicolo fraintendimento, se i dati ufficiali
dicono che a Palermo otto commercianti su dieci pagano, chi è
che non paga? E se è vero, come è vero, che la mafia
rappresenta una netta minoranza della società siciliana,
perché lasciamo che accada tutto ciò? Perché?
Il nostro anonimato era, ed è, finalizzato alla diffusione
della pratica. La riproducibilità del gesto è insita
all’idea stessa, e i fatti ci hanno dato, almeno parzialmente,
ragione: pochi giorni dopo gli stessi adesivi comparvero a Vibo
Valenzia. Dal quel giorno la pratica continua a diffondersi lentamente
tramite il passaparola, il web e l’emulazione, e ha coinvolto
un numero di cittadini tale che sarebbe forse più corretto
parlare di una campagna senza firma, senza copyright, aperta a tutti
i cittadini che a titolo individuale vogliano farne parte. Di fronte
a questo fenomeno più che sul chi, ci si dovrebbe interrogare
sul cosa: una pratica collettiva che coinvolge diverse decine di
cittadini/consumatori, organizzati in piccoli gruppi. Gli attacchini
che (bene o male) si conoscono reciprocamente, a tutt’oggi,
sono più di cinquanta, ma sappiamo per certo che a Palermo
ci sono altri gruppi attivi che non conosciamo, come non conosciamo
i ragazzi di Alcamo che a settembre hanno attaccato nella loro città
gli stessi adesivi (mentre attraverso il passaparola gli adesivi
sono arrivati a Bagheria, Casteldaccia e Capaci).
Sull’edizione palermitana di La Repubblica del cinque settembre
Nino Alongi pur trovando lodevole l’iniziativa degli adesivi
si domandava: “Che si sia inabissata oltre la mafia anche
l’antimafia?”. E’ una domanda legittima e pertinente,
ma sarebbe forse più produttivo domandarsi: sta forse emergendo
una nuova forma di antimafia? Forse, ma comunque è ancora
troppo presto per dirlo.
Noi per il momento possiamo solo raccontare che già a fine
luglio tra amici, conoscenti e gente dalla quale avevamo deciso
di lasciarci trovare eravamo diventati una trentina, e infatti si
fecero un altro paio di uscite. Del resto avevamo ancora la gran
parte dei 5000 adesivi che avevamo fatto stampare, e molta delle
persone che andavamo conoscendo avevano a loro volta degli amici
da coinvolgere, fin quando non si trovò un posto abbastanza
grande per far incontrare e far discutere una quarantina di persone.
Ci si vide due volte, si ragionò a fondo e si decise di fare
degli striscioni che poi quattro squadre da cinque misero su alcuni
dei ponti lungo la circonvallazione della città, mentre gli
altri attaccavano ancora una volta gli adesivi. Tutto ciò
per l’anniversario dell’uccisione di Libero Grassi,
infatti sugli striscioni c’erano frasi come questa: Un intero
popolo che si ribella al pizzo è un popolo Libero.
Quella notte, inoltre, mettemmo on line il sito www.addiopizzo.altervista.org
che tra le altre cose contiene la seguente lettera:
“Le azioni portate a termine la notte tra il 28 e il 29 agosto
sono state discusse, concepite ed eseguite da alcune decine di individui
che si riconoscono nell'affermazione “un intero popolo che
paga il pizzo è un popolo senza dignità”, e
che condividono la pratica di attaccare tra le strade della Sicilia
gli adesivi che riportano questa frase.
Per un anno cercheremo di far diffondere il più possibile
questa pratica, mettendo l’adesivo a disposizione di tutti
insieme ad altri materiali e informazioni.
Durante quest’anno immaginiamo una gran moltitudine di uomini
e donne che, grazie anche alle nostre azioni e a questo sito, potranno
riflettere e informarsi sul racket mafioso. E quindi decidere se
scaricare, stampare e attaccare a loro volta l’adesivo.
Apparteniamo a due differenti generazioni, ma siamo principalmente
studenti, giovani in cerca di una prima occupazione e lavoratori
alle prime armi.
Siamo mossi da idealità, entusiasmo, rabbia e amor proprio.
E dalla preoccupazione per le difficoltà che ci creerà
la mafia quando entreremo (si spera!) nei luoghi produttivi e decisionali
della Sicilia.
Ricerchiamo nuove forme di lotta per liberare le nostre menti e
tutto il territorio siciliano da ogni forma di dominio mafioso.
Come risulta chiaro dagli studi del Centro Impastato, quando si
parla di Cosa Nostra si può senz’altro parlare di “signoria
territoriale” come connotazione istituzionale, assolutamente
fondamentale per definire il fenomeno mafioso, che risulta dal convergere
dei seguenti elementi:
1. un sistema di violenza e di illegalità
2. l’accumulazione del capitale
3. l’acquisizione e la gestione di potere politico
4. un codice culturale e un relativo consenso sociale
Le nostre azioni hanno a che fare con il punto 4, con la speranza
che le istituzioni, le forze dell’ordine e i politici onesti
rilancino con nuovo vigore la lotta ai primi tre punti.
Il nostro obiettivo è erodere il consenso di cui gode la
mafia nell’estesa “zona grigia” della nostra società.
Per l’esattezza, il nostro obiettivo critico è il beneplacito
della popolazione di cui si avvantaggia il connivente della Cosa
nostra degli assassini.
Le nostre azioni vogliono porre un argine al silenzio, sono atti
di ribellione alla sottocultura mafiosa e una forma di dissociazione
attiva dall’indegno quietismo che si è consolidato
soprattutto attorno al problema delle estorsioni mafiose.
Abbiamo quindi scelto l’anniversario del vile assassinio di
Libero Grassi, l’imprenditore che pagò con la vita
la sua ribellione al racket, per provare a lanciare in tutta l’Isola
una “guerriglia comunicativa a bassa intensità”
contro il pizzo, una campagna della durata di un anno.
Per sconfiggere la mafia, la lotta al racket ha un ruolo strategico.
Attraverso il pizzo, infatti, la mafia controlla in maniera capillare
tutto il territorio. Ecco alcuni eloquenti dati:
• Per la Procura di Palermo, l’80% dei commercianti
di Palermo paga il pizzo. E la media regionale si attesta sul 70%.
• Secondo i dati di Confesercenti, in Sicilia le vittime dei
ricatti mafiosi sono circa 50mila (160mila in tutt'Italia).
• L'Eurispes calcola che dal pizzo la mafia guadagni circa
10 miliardi di euro l’anno (6 dei quali con il racket delle
campagne: restituzione di attrezzature e macchinari rubati nei campi,
gestione illegale delle risorse idriche).
Soltanto questi dati dovrebbero fare capire che il pizzo non è
solo un problema degl’esercenti e degli industriali.
Noi parliamo di intero popolo per non colpevolizzare a priori nessuna
categoria e per richiamare l’attenzione sulle responsabilità
collettive di tutti quanti.
Il pizzo rappresenta solo il 16% dei guadagni illegali della mafia,
ma la gravità del fenomeno va al di là delle cifre.
Pretendendo il pizzo, la mafia di fatto afferma la sua signoria
sul territorio, è come se chiedesse una tassa, perché
ritiene il territorio cosa sua, si considera padrona di esso e quindi
chiede del denaro per “concedere” il diritto al lavoro.
Il pizzo non è soltanto un danno all’economia dell’intera
regione, è il simbolo della negazione della sovranità
del popolo siciliano.
A fronte di tutto ciò, con i nostri adesivi e le altre azioni
analoghe cerchiamo di dare alla realtà il suo nome, la descriviamo
e lasciamo agli interpellati il compito di decidere. Anche sull’opportunità
di aderire, in quanto semplici cittadini, alla campagna che intraprendiamo
e lanciamo.
Per un anno cercheremo di far diffondere il più possibile
la pratica di attaccare tra le strade della città l’adesivo
che mettiamo a disposizione di tutti in questo sito, insieme ad
altri materiali e informazioni.
La rete che speriamo si verrà a configurare sarà senza
vertici, e senza un centro ben definito e stabile.
Attaccare questi adesivi per una anno, quando e dove ogni singolo
gruppo o individuo crede e ritiene opportuno, sarà una maniera
per scuotere le coscienze e alimentare il confronto critico.
Tutto ciò è il contributo che intendiamo dare a un
nuovo corso che speriamo si avvii presto: un processo di autoeducazione
popolare finalizzato alla liberazione delle menti e del territorio
dalla mafia.”
E il sito è uno dei principali strumenti che i promotori
della campagna hanno messo a disposizione di questo processo, infatti
contiene anche i recapiti di tutte le associazioni antiracket siciliane,
il numero verde del Ministero dell’interno, un file scaricabile
che contiene il testo della legge 23 febbraio 1999, n. 44 (Disposizioni
concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle
richieste estorsive e dell'usura), un po’ di documentazione
utile per conoscere meglio il fenomeno e una ricca (sebbene incompleta)
rassegna stampa.
Prima di concludere, una menzione meriterebbe anche un altro messaggio
meno fortunato. Durante la festa della patrona di Palermo attaccammo
vicino a molte chiese e lungo una parte del percorso della processione
un adesivo con su scritto: “Santa Rosalia liberaci dal pizzo!”.
Questa azione, come era prevedibile, non ha avuto la stessa fortuna
mediatica della prima, ma non essendoci mai sopravalutati, non ce
ne siamo fatti un particolare cruccio. Anche se questo messaggio
non ha funzionato, prima o poi si dovrà discutere ampiamente
anche di questo: malgrado molti sacerdoti conducano da anni una
lotta individuale contro la mafia, e che i teologi parlino di Cosa
nostra come una struttura di peccato, non esiste ancora una Pastorale
specifica contro la mafia. Questo fatto è avvertito come
una mancanza anche da quei laici che nella lotta alla mafia hanno
trovato un importante punto di riferimento anche nei sacerdoti.
Comunque, per concludere: gli attacchini in realtà sono pur
sempre un numero insignificante, ma hanno un larghissimo consenso
e spingono un gran numero di cittadini a riflettere e a discutere.
Non pensiamo certo che ci si possa attendere di più da una
pratica del genere. Che tutto ciò sia comunque importante
e significativo ci è stato confermato anche dalle tante e-mail
ricevute, tra le quali la seguente è una di quelle che ci
ha incoraggiato maggiormente:
“Non ho ben capito chi siete, ma ammetto che la cosa non riveste,
a mio modo di vedere, determinante importanza. Preferisco immaginarvi
come uomini e donne pervasi da elevato spirito civico, spinti da
una molla che tutti i siciliani onesti possiedono ma che raramente
scatta: quella di urlare ad un popolo intero di riappropriarsi di
una dignità che gli spetta di diritto, di gettare le basi
per un’unione dalla quale possa scaturire una forza travolgente.
In altre parole qui la sostanza prepondera largamente sull’apparenza.
Poco importa se avete i baffi o no, se portate gli occhiali o meno,
se siete biondi o bruni… Mi basta l’intento, il messaggio
lanciato, il richiamo alla coscienza. È per questo che vi
mostro la mia solidarietà, che dico che un esempio come il
vostro è certamente degno di apprezzamento, che merita continuità.
Io non sono direttamente interessato al problema del pizzo; non
possiedo un’attività commerciale né lavoro per
una di esse. Però mi sono fermato a riflettere pensando che
quando pago il conto della spesa finanzio in una certa misura le
casse delle organizzazioni estorsive. Saluti.”
E’ necessario riflettere sulla responsabilità collettiva
della società siciliana di fronte a fenomeni largamente diffusi
come quello del racket. Infatti, non si può pretendere che
gli imprenditori denuncino i loro estorsori se l’ambiente
socioculturale in ci vivono è indifferente al problema. Certo
è che, se la società civile e la cittadinanza tutta
assumessero un comportamento attivo di lotta e contrasto alla signoria
di Cosa nostra, l’imprenditore reticente o compiacente avrebbe
meno scusanti.
Noi riteniamo quanto è nato dalla nostra iniziativa una delle
espressioni di quella intelligenza e passione collettiva che –
a fatica – si risveglia e si riorganizza, ci sentiamo parte
di una storia popolare che lentamente si sta scrivendo dal basso,
siamo parte di quella moltitudine di siciliani senza nome che in
un precario equilibrio tra entusiasmo e disincanto in cuor loro
sognano comunque una terra endemicamente ribelle ad ogni forma di
sopruso, giusta, laboriosa e creativa.
Quello
che segue è il racconto di uno degli ideatori dell'adesivo,
scritto nella notte fra il 28 e il 29 agosto, poco prima di andare
ad attaccare uno degli striscioni con su scritto "Un
intero popolo che si ribella al pizzo è Libero",
e poi pubblicato sul numero zero della rivista Margini, pubblicata
da Letteralmente.
addiopizzo
- Amunì picciotti, a questo punto non possiamo non farlo!
Le parole di Pietro manifestarono così l'intesa che avevamo
raggiunto in un attimo, dopo settimane di discussioni e perplessità.
Salvo ci aveva appena riferito la dichiarazione che aveva rilasciato
la signora Pina Maisano Grassi dopo la sentenza che il 10 giugno
metteva fine al processo Agate, dieci anni di udienze conclusi con
trenta ergastoli, due dei quali inflitti a Francesco e Salvatore
Madonia, condannati in quanto mandanti dell'omicidio di Libero Grassi,
l'imprenditore ammazzato il 29 agosto 1991 per la sua solitaria
ribellione al pizzo.
In un Paese normale, dopo una sentenza del genere dalla vedova della
vittima ti aspetteresti parole che esprimano un minimo di soddisfazione,
ma la dichiarazione della signora ci manifestò con vigore
un'anomala, dolorosa e disarmante verità: "Dopo tutti
questi anni la cosa che più mi sorprende e mi amareggia è
che tutti continuano a pagare e tutti fanno finta di niente".
La notte tra il 28 e il 29 giugno uscimmo a piedi e in bicicletta
per tappezzare le strade del centro di Palermo di piccoli adesivi
listati a lutto con su scritto:
UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITÀ.
Il giorno dopo tutti i telegiornali regionali aprivano con questa
notizia e il prefetto di Palermo Giosué Marino convocava
in prefettura il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica.
C'erano il procuratore generale, il comandante provinciale dei carabinieri,
quello della guardia di finanza, il questore e i rappresentanti
di Confcommercio, Assindustria e Confesercenti. Durante la conferenza
stampa che seguì, un rappresentante di Confcommercio dichiarò
che avrebbero fatto istituire subito un nuovo numero verde per raccogliere
le denunce anonime (la Confesercenti ne aveva disattivato uno poche
settimane prima perché non chiamava mai nessuno) e la Camera
di Commercio fece sapere che avrebbe fatto nascere un comitato di
monitoraggio del fenomeno e di sostegno a commercianti e imprenditori.
Chi sa se l'hanno fatto davvero dopo che hanno scoperto che l'autore
del clamoroso gesto non era un commerciante in difficoltà
ma un gruppo di sette amici , studenti, neolaureati e giovani alle
prime armi con il mondo del lavoro.
Tra le tante cose, su di noi s'è pure scritto che siamo
un po' buontemponi e naif, e c'è senz'altro del vero perché,
come i bambini (o gli ubriaconi), alla fin fine non abbiamo fatto
altro che gridare: il Re è nudo! Anzi, la genesi della nostra
azione è senz'altro naif. Per soddisfare un po' la curiosità
generata dal nostro anonimato, ve la voglio raccontare.
All’origine c’è il desiderio. Il desiderio di
aprire un piccolo pub nel centro storico di Palermo, un locale che
offra solo beni prodotti e commercializzati nel maggior rispetto
possibile dei lavoratori, dell'ambiente e della salute del consumatore.
Un posto con un angolo per fare controinformazione, dove conoscere
belle ragazze con idee simili alle nostre, dove mettere solo la
musica che piace a noi e servire da bere al le persone che come
noi si ritrovano spesso fino a tarda notte attorno a un tavolo a
bere e fantasticare su un mondo che non c'è. Sostanzialmente
il nostro desiderio era (ed è) quello di passare dall'altra
parte del bancone per testimoniare con il buon funzionamento di
un posto del genere che un'altra città è possibile.
Insomma, una sera come tante altre si fantasticava sulla possibilità
di aprire un posto del genere, e siccome non abbiamo una lira per
realizzarlo, con buona pace del principio di realtà, si fantasticava
a briglia sciolta. Tant'è che a un certo punto qualcuno esclamò:
ragazzi adesso basta con le seghe mentali! Sapete com'è,
essendo tutti alle soglie dei trent'anni a turno ognuno di noi si
prende la briga di richiamare gli altri all'ordine, all'ordine dell'esistente.
Per inciso, è un richiamo che accetto solo da un amico.
- Però, se è vero che Lucia riesce a trovare un posto
con un affitto poco più che simbolico, potremmo pensare di
redigere un progetto per avere un finanziamento pubblico.
- Ma tu non dovevi fare il professore?
- Io sulla carta lo sono già e comunque anche tu, non stai
per diventare medico?
- Ci dobbiamo rompere il culo per fare il lavoro per il quale abbiamo
studiato!
- Se facessimo i turni... L’ultimo bicchierino?
- Basta, a letto!
- Va buo’, quando Lucia avrà trovato il posto...
- Bravo, ne riparliamo
- Notte raga’.
E che notte! Mi ero fatto prendere troppo dalla discussione,e quando
è così non riesco mai ad addormentarmi subito. Per
distrarmi misi su un CD di un musicista africano prestatomi da Dino
(un altro della banda, amante dell’Africa), un certo Habib
Koite. Lo stratagemma funzionò fino al termine della musica,
ma nel dormiveglia che nel frattempo era sopraggiunto i pensieri
ripresero a scorrere come un magma. Che però si arrestò
presto contro la domanda che non m’aspettavo: e se poi ci
vengono a chiedere il pizzo che facciamo? ...no, non lo paghiamo!
... minchia, però se ci rifiutiamo solo noi poi ci bruciano
il locale. Ma che palle! Ma è mai possibile che devono pagare
tutti senza fiatare? E non mi vengano a dire che non è così!
... ma di che mi preoccupo, sto solo fantasticando... ma è
mai possibile che in questa città uno non si può fare
nemmeno le seghe mentali in santa pace?! Lascia perdere Errico,
dormi!
Un istante dopo , però, mi venne in mente una frase già
bella e fatta. La ripetei a bassa voce tra me e me e mi alzai di
scatto per appuntarmela: Un intero popolo che paga il pizzo è
un popolo senza dignità.
Il giorno dopo raccontai tutto ai miei amici e cominciammo a ragionarci
su.
Sembrò subito a tutti un’affermazione forte e immediata,
espressione di una violenta e precisa presa di coscienza. Decidemmo
di ricorrere agli adesivi perchè ci pareva la maniera più
semplice per raggiungere il maggior numero possibile di persone.
Diciamo pure l’unica. Essendo dei “signor nessuno”
non abbiamo fatto altro che prenderci lo spazio che ci serviva per
esprimere il nostro pensiero.
Facemmo grosso modo questo ragionamento: Se uno camminando per strada
si ritrova all’improvviso questa affermazione come può
reagire? Se risulta falsa potranno pacificamente mandarci a quel
paese, incazzarsi, dire noi non siamo un popolo che paga il pizzo.
Ma se viene giudicata vera? Allora non potranno mandarci a quel
paese, allora vuol dire che è vero che il fenomeno è
tanto diffuso quanto consapevolmente passato sotto silenzio.
L’idea dell’adesivo ci era venuta subito, ma da lì
ad andare per strada la notte ad attaccarli passarono quasi due
mesi. Dopo qualche settimana cominciammo a vederci appositamente
per parlare del perché, del percome e dei possibili rischi.
Dalla volta in cui durante uno di questi incontri Antonio mise su
Get up, Stand up for your rights di
Bob Marley & The Wailers, cominciammo a comportarci come una
vera e propria banda, se non altro perché sapevamo che saremmo
andati ad affrontare in maniera nuova un argomento bandito dal dibattito
pubblico. Il gruppo si affiatava sempre di più, grazie anche
all’umorismo che apriva e chiudeva ogni nostro incontro. Prima
ancora di aver fatto stampare gli adesivi avevamo già redatto
la prima bozza del documento di “rivendicazione” (pubblicato
integralmente sull’edizione cittadina di “la Repubblica”
dell’uno luglio, adesso consultabile, insieme a tanti altri
materiali e informazioni utili, all’indirizzo www.addiopizzo.altervista.org
), ma senza neanche sapere perché continuavamo a temporeggiare.
Eravamo preoccupati non si sa bene di cosa, certo non di ricevere
una multa per affissioni abusive, con quello che stavano combinando
i politici alla vigilia delle europee con le loro belle faccie da
culo appese ovunque per le strade.
Era come se alle nostre motivazioni mancasse qualcosa. E quel qualcosa
furono le parole dette dalla signora Pina Maisano Grassi. Arrivate
mentre rimuginavano sulla nostra idea, quelle parole ci fecero sentire
una grande senso di responsabilità e di solidarietà.
Furono la rivelazione istantanea che la vita di ognuno è
legata a quella di ogni altro. E che un tessuto civile è
l’espressione consapevole di questo dato.
La frase dei nostri adesivi può sembrare un’espressione
di rabbia, ma in realtà non fa altro che fare leva sull’amor
proprio di ognuno. Settimane di discussioni e le parole della vedova
Grassi ci fecero capire che la vita di ognuno di noi è liberamente
legata a quella di ogni altro solo là dove si è capaci
di esprimere un genuino amor proprio, e che se un siciliano vuole
dare un giudizio sulla mafia, in una maniera o nell'altra, dovrebbe
darlo anche su sé stesso, sulla sua maniera di stare insieme
agli altri.
Il pizzo è uno strumento per controllare in maniera capillare
il territorio, quindi è il simbolo della negazione della
sovranità popolare. Il nostro adesivo è listato a
lutto, ma è il contrario di ciò che appare, è
espressione di amore. Se non fosse così non ci saremmo mai
spinti a spendere un po’ di soldi e molte ore per farlo e
attaccarlo in giro.
Questo dovrebbe aiutare a capire meglio anche il nostro anonimato.
Noi vogliamo che quelle siano le parole di tutti i siciliani, mettano
fuori l’umiliazione segreta che ci rode dentro e ci mettano
davanti agli occhi la possibilità di dire basta e riappropriarci
della sovranità sulla nostra vita. Consideriamo la nostra
idea il sintomo di un qualcosa che va ben al di là delle
nostre personali biografie, e poiché speriamo che alle nostre
azioni seguano cose ben più importanti, vogliamo evitare
che l’attenzione si sposti su di noi piuttosto che sul problema.
Vogliamo essere piccola parte di una storia collettiva che si sta
ancora scrivendo.
Per il momento da sette siamo diventati una trentina.
Sono le 23:50 del 28/08/04, domani è l’anniversario
dell’omicidio di Libero Grassi e fra qualche ora trenta giovani
siciliani (nessun imprenditore o commerciante) cercherà di
compiere delle azioni che rilancino la mobilitazione contro il pizzo.
Se andranno a buon fine saranno un contributo al movimento che speriamo
prenda piede: un movimento di autoeducazione popolare finalizzato
alla liberazione delle nostre menti e del territorio dalla mafia.
Sono un po’ nervoso, ma fiducioso, sto ascoltando Redemption
song di Bob Marley.
Se qualcuno mi dovesse domandare come andrà avanti tutta
questa storia, ora come ora, l’unica cosa che saprei rispondere
è: Amunì, e comu finisci si cunta!
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