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La responsabilità di essere un siciliano

La responsabilità di essere un siciliano1/17/2008

Il testo integrale della lettera firmata da Addiopizzo e pubblicata in forma ridotta su Repubblica, pochi giorni prima dalla sentenza che ha condannato il Presidente della Regione Salvatore Cuffaro a 5 anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio.

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Aprendo con queste parole di Paolo Borsellino, di cui ricorre l’anniversario della nascita in questi giorni, il Comitato Addiopizzo vuole condividere col popolo siciliano una riflessione. Non vogliamo entrare nell’agone politico, come, del resto, non abbiamo mai fatto, perché riteniamo da sempre che la lotta a Cosa nostra sia un argomento rigorosamente trasversale. Borsellino poneva l’accento su quella che è la responsabilità politica, è cosa assai diversa da quella penale: “Vi sono, oltre ai giudizi dei giudici, anche i giudizi politici cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae o dovrebbe trarre il mondo politico”. Fra pochi giorni il Tribunale di Palermo emetterà la sentenza di uno dei processi (quello definito delle “Talpe alla Dda”) che gli stessi investigatori del Ros dei Carabinieri hanno definito “davvero sconcertante” per lo “scoprire che tanti professionisti, soprattutto medici, si siano relazionati con Cosa Nostra in maniera così naturale, tanto da far riflettere sull’impegno complessivo che la classe borghese della città intende realmente profondere in direzione della lotta alla criminalità organizzata”.

Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, imputato nel processo, ha riferito in aula di aver conosciuto e frequentato Salvatore Aragona e Vincenzo Greco. I due hanno già condanne definitive alle spalle. Il primo per concorso esterno in associazione mafiosa, per aver falsificato le cartelle cliniche del boss Enzo Brusca, aiutandolo a sfuggire alla giustizia, e il secondo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per aver curato il boss Salvatore Grigoli, il killer di Don Pino Puglisi. “Sapevo che aveva avuto dei problemi di giustizia, che aveva pagato le sue colpe e che era tornato a fare il medico – ha detto Cuffaro in merito a Vincenzo Greco. Ho sempre avuto culturalmente l’idea che la gente può sbagliare, paga il prezzo alla giustizia e torna a fare il suo lavoro, è un dato che mi appartiene culturalmente. L’avevo fatto anche nei confronti del dottor Aragona [...] Sapevo che c’era qualche problema legato alla mafia [...] Sapevo che era stato condannato e che aveva espiato la sua colpa [...] Non mi appassiona il reato con cui vengono condannate le persone”.

E no! In Sicilia, in terra di mafia, non si può non essere interessati dai reati compiuti dalla gente, al di là che questi siano accertati da sentenza definitiva. Come diceva Paolo Borsellino, “altri organi, altri poteri cioè i politici, i consigli comunali e regionali dovrebbero trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze fra politici e mafiosi che non costituiscono reato ma che rendono il politico comunque inaffidabile. Quando c’è questo grosso sospetto si dovrebbe quantomeno indurre i partiti politici, non soltanto per essere onesti ma anche per apparire onesti, a fare pulizia al loro interno”.

Cuffaro, la sua condotta, e il suo “dato culturale”, contraddicono quanto sosteneva il magistrato, da noi condiviso, ma il presidente non è il solo. Anche Vladimiro Crisafulli, oggi deputato nazionale è finito sotto inchiesta (poi la sua posizione è stata archiviata) per i suoi frequenti incontri con un boss di Enna. In particolare, nella richiesta di archiviazione i PM hanno affermato che comunque risulta “dimostrata da parte del Crisafulli la disponibilità a mantenere rapporti con il boss Bevilacqua, accettando il dialogo sulle proposte politiche dello stesso, ascoltando la sua istanza e rispondendo alle domande sulle possibili iniziative politico-amministrative, in particolare in materia di finanziamenti e appalti”.

Il presidente della Regione, per il posto che occupa, dovrebbe avere l’accortezza di sapere di chi si circonda. Non basta dire che dalle nostre parti è facile baciare o stringere la mano a un mafioso. Chi governa questa terra ha il dovere di evitare qualunque contatto che potrebbe rivelarsi compromettente, altrimenti non è all’altezza del ruolo che vuole assumere.

Il problema, lo ribadiamo, non è penale ma culturale. E proprio in nome di una nuova cultura che diciamo basta.
In un momento di forte tensione morale, di cambiamento, la politica deve fare un passo avanti, lo deve a tutti i siciliani che credono che qualcosa possa cambiare. Cuffaro, come Crisafulli, dovrebbe, a prescindere dell’esito della sentenza, dimettersi.
E il fatto di essersi circondato di politici come Mimmo Miceli, che per la stessa indagine è già stato condannato, in primo grado, a otto anni di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra, ci porta al nodo della questione che coinvolge i politici di ambo gli schieramenti. Su come si fa politica in Sicilia, su come nella nostra terra il clientelismo è elevato a modello di vita, l’unico modo di raccogliere il consenso. È questo l’humus sul quale Cosa nostra nasce e si sviluppa. La consapevolezza di questo sistema deve giungere a ogni singolo cittadino siciliano che ha il diritto-dovere di scegliere i propri rappresentanti. È la “qualità del consenso” di cui parlava Libero Grassi prima di essere ammazzato. Per questo facciamo appello al popolo siciliano per una presa di coscienza, per una presa di responsabilità. Singolare e collettiva.

Non è possibile essere disposti a barattare la propria dignità di persona, accettando l’idea che un posto di lavoro sia concesso e non dovuto per merito. Non è possibile che bisogna “baciare”, frequentare le segreterie dei politici per avere accesso al mondo del lavoro. È un rapporto che crea la dipendenza del cittadino dal politico di turno. Lo stesso Nino Giuffré, collaboratore di giustizia ed ex braccio destro di Bernardo Provenzano, ha dichiarato nell’arco del processo: “A Provenzano, Cuffaro piaceva perché aveva creato una politica di vecchio stampo, clientelare, e si toccava con mano il seguito che aveva”.

La responsabilità della situazione degenerativa in cui viviamo, non è solo della classe dirigente e dei politici, ma di tutta la società di cui anch’essi fanno parte. Un intero popolo che non cura la “qualità del consenso” e si disinteressa di selezionare con rigore chi è deputato ad amministrare, nell’interesse di tutti, la cosa pubblica, è un popolo, che per bisogno, rinuncia alla propria dignità: quando questo principio sarà impresso nella testa e nel cuore di tutti i siciliani, riscoprendo l’amor proprio, ci saremo finalmente liberati del sistema clientelare-mafioso che attanaglia la nostra terra.

Comitato Addiopizzo

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