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La mafia alla sbarra come ai tempi del ''Maxi''

La mafia alla sbarra come ai tempi del ''Maxi''10/24/2008

Si è svolta oggi l'udienza preliminare del processo “Addiopizzo”: 76 imputati, fra i quali i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, i capifamiglia, i manovali delle estorsioni, gli esecutori di azioni di intimidazione, nonché i commercianti che, pur essendo vittime del pizzo, non hanno confermato le accuse, adesso condannabili per favoreggiamento. Dall'altro lato, quattordici commercianti, un tempo vittime del racket, si costituiscono parte civile, ma non solo soli: insieme a loro fanno fronte comune tantissime associazioni (fra le quali Addiopizzo) e le principali Istituzioni locali e nazionali.

Scaturito dalle operazioni denominate Addiopizzo 1, 2 e 3, questo processo chiama in causa innanzitutto i protagonisti di quella mafia post-Provenzano che vedeva nei Lo Piccolo i nuovi capi indiscussi, nell'enorme Mandamento di San Lorenzo il teatro principale della sua azione e nel condizionamento del tessuto economico (attraverso l'imposizione del pizzo e il controllo degli appalti) il suo formidabile punto di forza.

Dalle stesse retate sono venuti fuori anche una gran quantità di “pizzini”, fra cui i cosiddetti libri mastro del pizzo che hanno permesso agli inquirenti di ricostruire ulteriormente il quadro delle estorsioni nel territorio compreso fra i quartieri nord di Palermo e la provincia, fino ai paesi al confine con il trapanese. Chiamati a testimoniare, la maggioranza dei titolari degli esercizi vittime di minacce e richieste estorsive (spesso accompagnate con attentati intimidatori) hanno confermato di aver pagato fornendo un indispensabile riscontro alle accuse, altri invece hanno continuato a negare l'evidenza, dall'incidente probatorio fino a oggi, proteggendo in questo modo i propri aguzzini e indirettamente esponendo i loro più coraggiosi colleghi a un rischio maggiore. Costoro (22 in tutto) rischiano oggi una condanna per favoreggiamento a Cosa Nostra.

Fra coloro che hanno invece collaborato con gli inquirenti, 14 si costituiscono oggi parte civile contro chi un tempo li vessava e danneggiava i loro beni. Assistiti dai legali di Addiopizzo e di Libero Futuro sin dall'inizio, molti di loro sono entrati a far parte della rete delle imprese pizzo-free della campagna “Contro il pizzo cambia i consumi”.

Il Comitato Addiopizzo li affianca anche in quanto associazione costituitasi parte civile sia contro gli estorsori che contro i favoreggiatori. D'altronde già in precedenti dibattimenti (processo "Noce") era stato riconosciuto il danno recato all'Associazione da chi perpetra e favorisce l'estorsione, proprio perché il fine e la ragion d'essere di Addiopizzo è esattamente la liberazione del territorio dal giogo del racket mafioso.

Insieme ad Addiopizzo, tanti altri soggetti del mondo associativo in prima linea contro la mafia chiedono la costituzione di parte civile: a cominciare dalla Federazione Italiana Antiracket di Tano Grasso, passando per Confindustria Sicilia guidata da Ivan Lo Bello, la CGIL, la Confesercenti, la Confcommercio Palermo, SOS Impresa, Solidaria, il Centro Pio La Torre e altri.

Ma la vera novità è la presenza, massiccia e tangibile, delle istituzioni nazionali e locali quali parti civili al processo. In prima fila l'ex prefetto di Palermo Giosuè Marino in qualità di Commissario straordinario antiracket, al suo fianco il sottosegretario dell'Interno Alfredo Mantovano in rappresentanza del Governo. Giunge poi il Sindaco di Palermo Diego Cammarata, che ha raccolto l'invito di Addiopizzo a costituirsi parte civile in tutti i processi a Cosa Nostra: chiare le motivazioni, secondo cui il Comune di Palermo risulta danneggiato dalla presenza della mafia sul territorio sia dal punto di vista economico (per i mancati investimenti e quindi il mancato sviluppo), sia da quello della sicurezza dei cittadini, nonché per l'impatto negativo sull'immagine della città. Stesse motivazioni per il sindaco del Comune di Terrasini.

Il messaggio è chiaro, il segnale è forte: c'è un rinnovato impegno a contrastare la mafia che attraversa i vari corpi della società, suscitato dalla base (volontariato, associazionismo, mondo del lavoro, consumatori) e raccolto finalmente anche dalle Istituzioni. Si consolida un baluardo comune che, ci auguriamo, potrà infondere fiducia e incoraggiare sempre di più e sempre più spesso i cittadini a fare la propria parte per riappropriarsi di quella libertà negata da Cosa Nostra.



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