10 gennaio 1991. Libero Grassi denuncia sulla prima pagina del Giornale di Sicilia i suoi aguzzini. L’appello venne ripreso da altri quotidiani e in televisione. Secondo molti fu l’inizio della lotta contro le estorsioni.

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A 29 anni dalla “lettera al caro estortore” abbiamo voluto organizzare un momento commemorativo e di riflessione insieme agli studenti.

evento su LiberoStamattina, presso la nostra sede,  circa 80 studenti dell’Istituto C. Finocchiaro Aprile di Palermo hanno partecipato all’iniziativa assistendo alla proiezione del docu-film Io sono Libero. Prima un momento di incontro e riflessione, durante il quale i ragazzi hanno potuto ascoltare la testimonianza di Alice e Davide Grassi, figli di Libero, e di un commerciante di Borgo Vecchio che dopo anni di estorsioni ha trovato il coraggio di denunciare, con il supporto di Addiopizzo lungo il suo percorso di liberazione.

A ventinove anni da quella lettera scritta da Libero Grassi, pensiamo esista una valida alternativa oltre quella, per tanto tempo ineluttabile, di tacere e pagare le estorsioni. Sono infatti centinaia le vittime che in questi anni il nostro movimento di cittadini, nato a Palermo dal basso, ha accompagnato e supportato a denunciare nel loro percorso di liberazione, compiuto grazie al lavoro prezioso di forze dell’ordine e magistrati.

Nonostante oggi ci sia chi continua a pagare e in certe circostanze a negare anche l’evidenza, crediamo che in questo frangente storico rispetto agli anni bui in cui fu ucciso Libero Grassi, il fenomeno non colpisca molti operatori economici della città di Palermo.
Avere consapevolezza di tutto questo è necessario per uscire da quella che a nostro avviso è diventata in alcune circostanze un modo piuttosto spettacolare con cui spesso si vivono e si raccontano mediaticamente alcune storie di denuncia.

Attenzione, la scelta di opporsi al racket delle estorsioni rimane difficile, sicuramente, però, non è necessario ricorrere al clamore a cui fu costretto, suo malgrado, Libero Grassi.

striscione_popolo liberoPer tali ragioni pensiamo che non sia più il tempo in cui la narrazione del fenomeno del racket debba sfociare in rappresentazioni eroico-mediatiche che, oltre a risultare fuorvianti, allontanano la gente comune da una battaglia che per essere vinta ha bisogno di esempi di normalità, praticati più che proclamati.

Cambiare narrazione e modo di intendere il percorso di denuncia serve anche per non dare spazio a chi cerca di strumentalizzare il proprio ruolo di vittima, tentando di attribuire le proprie difficoltà economiche e imprenditoriali –  causate dalla grave crisi economica o da scelte aziendali non sempre adeguate – alle estorsioni subite e poi denunciate.

In generale pensiamo che non sia più tempo dei paradigmi per i quali tutto e ovunque è mafia e chi dissente nella migliore delle ipotesi è meno antimafioso di altri, nella peggiore è addirittura mafioso. A fronte di tale spaccato e per evitare di scadere in valutazioni parziali e trionfalistiche, va ribadito che c’è ancora molto da fare.

Ci sono aree della città di Palermo e della provincia nelle quali ancora permangono paura e diffidenza, specie in contesti fortemente colpiti da povertà e disagio economico, sociale e culturale. Quello di Palermo è un contesto che seppure per certi versi sia cambiato in meglio, vede diritti fondamentali come quelli al lavoro, alla casa, alla salute e all’istruzione, diventare progressivamente un miraggio per tanti, troppi.

Per tutto questo, proseguiamo il nostro impegno quotidiano per le strade di Palermo e in provincia. Con i nostri limiti ma con l’energia e l’entusiasmo di sempre, a fianco di chi si oppone al racket e insieme a chi vive situazioni di disagio economico e sociale, per costruire collettivamente una reale prospettiva di cambiamento.