Carlo Alberto Dalla Chiesa è l’uomo a cui lo Stato si rivolse per sconfiggere la nuova emergenza del Paese: la mafia. Arrivato a Palermo il 30 aprile del 1982, Dalla Chiesa resterà per tutti il “prefetto dei cento giorni”. Il 3 settembre 1982 Dalla Chiesa cadde vittima di un agguato mafioso a Palermo, mentre stava andando a cena con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro. Sul luogo dell’eccidio, un anonimo cittadino lasciò un cartello affisso al muro. Poche parole, una frase che in breve fece il giro del mondo: “Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”.

Dalla ChiesaDalla Chiesa era già stato in Sicilia come ufficiale dei carabinieri dal 1949 ai primi anni ’50 e successivamente dal 1966 al 1973; da generale aveva coordinato la lotta al terrorismo ed era stato nominato prefetto di Palermo dopo l’omicidio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo. Aveva chiesto più volte, senza ottenerli, poteri effettivi di coordinamento della lotta alla mafia.

Pochi giorni dopo, il 5 settembre, durante i funerali il cardinale di Palermo Pappalardo rompe il silenzio della Chiesa ufficiale sul problema mafia. Ha parole durissime, citando un famoso passo di Tito Livio: “Dum Romae consulitur… Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata – tuona dal pulpito – E questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”. E al termine della messa, volano insulti e monetine all’indirizzo dei rappresentanti dello Stato e dei politici presenti: la reazione spontanea di tanta gente stanca, che in quel prefetto aveva riposto le proprie speranze.

‘Un delitto maturato in un clima di ‘solitudine’, come disse il Pm Nico Gozzo nella sua requisitoria del 2002: ”Carlo Alberto Dalla Chiesa? ha detto – fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’ espressione di una e ettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”. Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo ‘abbandono’: ”Cosa Nostra – ha osservato il Pm – ritenne di poterlo colpire impunemente perché impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l’ autorità dello Stato”.

fonte La storia siamo noi