Una sentenza senza precedenti: per la prima volta il fenomeno della denuncia collettiva vede coinvolti un cospicuo numero di commercianti di origine straniera, che da tempo vive a Palermo e che abbiamo accompagnato a collaborare e sostenuto dentro e fuori dal processo.

Bengalesi.jpfA poco meno di tre anni dagli arresti che hanno coinvolto nove soggetti che a Palermo ed in particolare in via Maqueda erano dediti a estorsioni, rapine, violenze e minacce ai danni di 11 commercianti di origine straniera, il Tribunale di Palermo si è pronunciato con sentenza di condanna.

Seppure i soggetti condannati non facessero parte della famiglia mafiosa del quartiere, hanno commesso i reati con modalità mafiose e con l’aggravante della discriminazione razziale. Una sequela di fatti e violenze che avevano messo a ferro e fuoco la strada di via Maqueda e il quartiere di Ballarò.

Le storie di alcuni di loro sono incredibili: partiti quindici anni fa dal Bangladesh, dopo un lungo viaggio in mare, sono sbarcati sulle coste siciliane. Hanno aperto attività commerciali, hanno creato famiglie e concepito figli che si sono perfettamente integrati nel territorio.

Tre anni fa, alcuni di loro ci contattarono perché vessati da anni da un gruppo criminale: richieste di denaro, minacce, rapine, furti e aggressioni erano all’ordine del giorno. La paura era pressante ed erano costretti a lavorare barricati all’interno delle loro attività e a chiuderle già nel primo pomeriggio perché all’imbrunire in via Maqueda il clima era da coprifuoco.
Ci siamo conosciuti, abbiamo condiviso le loro sofferenze, si è instaurato un rapporto di fiducia ed è iniziato in clandestinità – mentre in via Maqueda si sparava in pieno giorno contro altri cittadini di origine straniera – un percorso di denuncia, che a distanza di tre anni ha portato a una sentenza senza precedenti.

Perché le organizzazioni criminali non discriminano: basano la loro forza anche sul controllo del territorio e sfruttano tutti allo stesso modo, indifferentemente dal colore della pelle o dal passaporto.

Nel processo dove nel corso delle udienze non sono mancati momenti di tensione, le vittime che abbiamo accompagnato e supportato hanno testimoniato e raccontato con dignità e compostezza il terrore e le violenze subite.

liberazione-in-corso-SNIn 15 anni di impegno quotidiano abbiamo supportato centinaia di vittime: fatti che hanno segnato la storia recente della città di Palermo, dove il fenomeno estorsivo non è più diffuso come in passato. In questo contesto, un gruppo di commercianti arrivato da lontano, ha preso posizione contro un problema tutto italiano, dimostrando quel coraggio che altri cittadini non sempre hanno avuto.
Per questo pensiamo che la scelta di denuncia di questi coraggiosi uomini sia un esempio nei confronti di molti che ancora oggi a Palermo e in altre aree del Paese si piegano alle estorsioni e ai condizionamenti mafiosi. Un’esemplare storia di sinergia tra alcuni commercianti di origine straniera, Addiopizzo, Squadra Mobile e Procura di Palermo.

Adesso ci auguriamo che l’intera comunità cittadina e le istituzioni sostengano e proteggano questi nostri fratelli che hanno dato alla città di Palermo e al Paese un significativo esempio di civiltà e cittadinanza.

 

RASSEGNA STAMPA

Sentenza Maqueda – VIDEO
TG3  4/04/ 2019

Estorsioni contro i commercianti bengalesi, arrivano le condanne
Antimafia Duemila, 05/04/2019

“Estorsioni razziste e mafiose”. Otto condannati e un assolto
Giornale di Sicilia, 05/04/2019

Racket e razzismo, commercianti di Ballarò in aula accusano gli estorsori
Palermotoday.it, 02/03/2018

Pizzo agli stranieri della zona di Ballarò. Le vittime in aula indicano gli esattori
Giornale di Sicilia, 02/03/2018

Palermo, le vittime bengalesi del pizzo accusano gli estorsori
la Repubblica Palermo, 01/03/2018

La denuncia dei bengalesi contro il racket di Ballarò
“Se denunci ti scippo la testa”. “Barbari” e “schiavitù″ a Ballarò
Livesicilia.it, 24/05/2016 

“Dai palermitani solo omertà. Sistema di terrore imposto ai bengalesi”– Intervista a Rodolfo Ruperti
Giornale di Sicilia, 24/05/2016 

Comunicato stampa della Questura di Palermo